“Il futuro non può ridere perché non è ancora arrivato”

Le amanti del Teatrino Giullare a Vie Festival

Simona Sagone per Radio Città Fujiko

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Vie festival, approda quest’anno anche a Bologna con appuntamenti al teatro Pubblico di Casalecchio di Reno e all’Arena del Sole. Ieri sera la prima assoluta di “Le amanti” del Teatrino Giullare al teatro di Casalecchio, adattamento dell’omonimo romanzo di Elfriede Jelinek tradotto da Valeria Bazzicalupo.

Il presente delle due protagoniste della pièce non è ridente: Brigitte è operaia di una fabbrica di reggiseni, Paula sogna di fare la sarta per non restare vittima, come la madre, della scelta imposta dai padri tra i fornelli e la vita da commessa.

Se il presente “non ride”, afferma la Jelinek, “il futuro non può ridere perché non è ancora arrivato”. Il presente oppressivo e il futuro senza sole delle due protagoniste è narrato in scena con pungente ironia da Giulia Dall’Ongaro la quale convince per la delicata e pastosa voce con piglio satirico e insieme amorevole verso le amanti, non amate dal popolato mondo che le circonda. Le speranze di Brigitte e Paula sono riposte in Amore, interpretato da Enrico Deotti, che si presenta nelle vesti di servo di scena con il volto annerito per far incontrare le due donne con il loro destino, rappresentato rispettivamente da Hanz ed Erich: elettricista aspirante imprenditore l’uno, taglialegna alcolizzato l’altro.

Un uso divertito degli oggetti di scena (maschere, scatole, tessuti e manichini), da parte dei due attori, porta il pubblico a ridere di gusto nonostante la disperante trama intessuta da Jelinek, il tutto in una scenografia sorprendentemente semplice, eppure efficace fatta di scatoloni di cartone dai quali si affacciano le figure autoritarie della storia, nella forma di maschere di gomma simbolo di una società falsa, capace di domandare autenticità alle giovani donne delle quali al contempo affossa le aspirazioni di emancipazione e libertà.

Jelinek e con lei i sapienti elaboratori drammaturgici del Teatrino Giullare, affermano la sostanziale perpetuazione della società patriarcale anche nel ricco occidente delle fabbriche costruite da “brave persone” con apparenti solidi principi morali. Lo spettacolo suggerisce che non sono certo il velo o il burqa a rendersi complici, nella contemporaneità, della relegazione della donna in un universo casalingo con figli e uomini da accudire, ma è ancora una volta una mentalità interiorizzata da pardi e anche madri, da giovani uomini figli di padri oppressori e madri sottomesse, capace di fare delle donne non soggetti d’amore, ma svelte operaie, gentili commesse, casalinghe premurose, fattrici e buone cuoche al servizio dei loro giudici, padroni e carcerieri.

Le donne “ricevono” il loro destino dalla nascita, sottolinea Jelinek, solo l’uomo ha un destino che può forgiare permettendogli di ascendere a più alte vette. Alle donne non resta che tentare di “unirsi alla vita che passa e di chiacchierare un po’ con lei, ma spesso la vita va via in macchina, troppo veloce, per la bicicletta, arrivederci!”.

Così le donne protagoniste della narrazione, dopo aver tanto atteso l’Amore di un uomo come riscatto da una vita di lavoro sfiancante e dal tutoraggio genitoriale, nonostante l’aspettativa di un po’ di felicità accanto all’amore della loro vita, restano intrappolate tra il mestiere di commessa e una cucina nella quale farcire teste di maiale, o in una fabbrica fatta dalle brave persone che l’hanno resa prigioniera a cucire, cucire, cucire.

Poco importa che l’una abbia alla fine incontrato il destino che era stato preventivato all’altra fin dal principio delle loro esistenze, alle donne resta solo il lavoro per non pensare che le soddisfazioni non verranno dal lieto passaggio oscurato dai vetri della fabbrica, né dalla casa dove altro lavoro le attende ormai piegate dalla catena di montaggio, né dall’uomo che esse sole AMANO a senso unico, né dai figli: solamente il lavoro ottunde il dolore che hanno dentro, soffocando la speranza d’Amore.

Teatrino Giullare è riuscito a rendere con leggerezza e divertito disincanto la morale della favola in cui Amore non porta a vite dorate in castelli incantati e non salva dalla brutalità del destino fatto di lavoro senza posa che schiavizza le donne del nuovo millennio, come nei secoli passati.

Il pubblico esce dalla pièce sorridente per l’insospettabile buon umore che fuoriesce dalla messa in scena, nonostante l’assoluta mancanza di una prospettiva di cambiamento nella trama del romanzo jelinekiano.

La comicità irresistibile è nel racconto attoriale scanzonato e delicatamente irriverente di vite in apparenza insignificanti, per le quali l’unica possibilità di essere straordinarie è avere l’Amore.

Il riso non può essere nel presente perché è doloroso, né nel futuro in quanto non è mai arrivato, bensì in eterno di là da venire. Il riso è nella consapevolezza dei drammaturghi e attori del Teatrino Giullare, trasferita attraverso il gioco teatrale nel pubblico, che non può essere Amore a rendere straordinarie le nostre esistenze nel paesaggio, a prima vista tranquillo, delle nostre città.

12/10/2014 Simona Sagone  per Radio Città Fujiko –

articolo originale pubblicato sul sito della radioemittente al link http://www.radiocittafujiko.it/last-minute/il-futuro-non-puo-ridere-perche-non-e-ancora-arrivato

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