Cosa succede quando due “V” s’incontrano? Dalla “Regola delle 5 W” alla creazione di una storia

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Da sempre mi piace immaginare le lettere dell’alfabeto che, come amiche, prendendosi sottobraccio danno vita alle parole, alle frasi e ai racconti.

La mia lettera dell’alfabeto preferita è la V, come l’iniziale del mio nome, Valentina.

Un giorno, nella mia testa, mi sono chiesta:  cosa succederebbe se due V s’incontrassero?

Fu così che le due V s’incontrarono e quello che avvenne non fu un semplice incontro.

Quando esse s’incontrarono si piacquero così tanto che non vollero più staccarsi, fu così che nacque la W (Double V) che, non trovando posto nell’alfabeto italiano, fuggì in Inghilterra trovando un’ubicazione tra gli ultimi posti dell’alfabeto di questa nazione.

Arrivata in un posto sconosciuto la W  incontrò altre w con cui fece amicizia:

  • la prima si chiamava Who (Chi),
  • la seconda si chiamava What (Cosa),
  • la terza si chiamava Where (Dove),
  • la quarta si chiamava When (Quando)
  • la quinta, nonché l’ultima, si chiamava Why (Perché).

Fu andando a braccetto con le sue amiche che la Double V capì che rispondendo alle loro domande poteva creare parole e storie mai sentite prima.

VB

Perché Internet va lento? Dalla “notte dei lunghi coltelli” alla privatizzazione di Telecom

Telecom

Circa due settimane fa su Rai3 ho visto la puntata di Presa Diretta condotta da Riccardo Iacona su Telecom Italia e da quel giorno, credo fosse il 27 gennaio e lo ricordo perché in quella data cade il compleanno di mio fratello maggiore, qualcosa nella mia testa ha iniziato a frullare. Una domanda che a distanza di settimane vorrebbe una risposta che nel prosieguo cercherò di delineare.

Sono una giovane neolaureata che ha deciso di partire dalla Puglia per andare a studiare a Bologna, all’Alma Mater Studiorum, una delle università più antiche del mondo occidentale. Sin dai primi anni universitari ho goduto dei benefici economici stanziati dalla regione Emilia Romagna per poter conseguire la laurea, tra i suddetti benefici era prevista la possibilità di alloggiare presso una delle residenze universitarie dell’allora Arstud, Azienda per il diritto allo studio universitario, oggi Er-go. La residenza universitaria dove l’Arstud raggruppava le matricole era già dagli anni ’70, ed è ancora oggi, la residenza Carducci. Ricordo che c’erano 9 piani divisi in due scale, scala A e scala B, e per ogni piano c’erano circa cinque/sei monolocali a due letti ma anche singoli, ognuno dotato di un computer fisso, per un totale di circa tre/quattrocento matricole, ovvero studenti iscritti al primo anno di università.

Potete immaginare cosa succede quando tutti questi studenti accendono i loro computer?

Ricordo che quando dovevo usare Internet era un delirio, ore ed ore ad aspettare che una pagina venisse caricata e nell’attesa ti passava la voglia di sapere e la curiosità di conoscere, il mondo fuori era troppo bello ed era lì non dovevi aspettare, per cui decidevi di dargliela su ed uscire e magari andare a spulciare in Salaborsa, la Biblioteca comunale, i libri  che t’interessavano.

Oggi le cose sono cambiate, c’è il wi-fi, la connessione wireless, ma sono cambiate solo parzialmente. I miglioramenti ci sono stati ma cosa è successo alla Rete?

Perché paesi come l’Estonia sono completamente digitalizzati e invece l’Italia, paese pioniere nell’introduzione della fibra ottica, non lo è?

Nel 1995 Telecom ideò il progetto Socrate, acronimo di Sviluppo Ottico Coassiale Rete Accesso Telecom, con l’obiettivo di realizzare una Rete cablata a banda larga che raggiungesse tutte le abitazioni del territorio nazionale, ma, già nel 1997, il progetto venne abbandonato in quanto i costi da sostenere risultarono eccessivi. Non entriamo nel merito della questione dei bilanci perché è un ambito che non ci compete e che momentaneamente non ci interessa.  Sempre negli stessi anni l’azienda italiana di telecomunicazioni, con un fatturato che la poneva nei primi dieci posti  tra i gruppi economici a livello mondiale, a causa di un debito di 8 miliardi venne messa in vendita da Romano Prodi e nel giro di qualche anno i lavoratori dipendenti Telecom Italia s.p.a. passarono da 120 mila a 50 mila. In sostanza Telecom venne privatizzata. Per tentare di salvare Telecom Italia dalla privatizzazione l’allora amministratore delegato del gruppo Telecom, Franco Bernabè, convoca una consiglio d’amministrazione che viene boicottato da parte degli azionisti. Quella notte di votazioni riuscì a riunire solo il 23% degli azionisti che non bastò ad evitare l’inevitabile e che per questo viene ricordata dalla storia della politica italiana come “la notte dei lunghi coltelli“, che simbolicamente riprende e ricorda l’epurazione ad ordine di Adolf Hitler dei vertici delle S.S., degli oppositori del regime e dei nemici in generale, dove a condurre le scalate vi furono i così detti “capitani coraggiosi“.

Il paradosso delle privatizzazioni è che lo Stato, nonostante non abbia più il monopolio ma disponga solo di una parte delle azioni del gruppo Telecom, finanzia le aziende private più di quanto non finanziasse la stessa Telecom  quando era un’istituzione pubblica. Questo perché le aziende non investono se non hanno un ritorno economico garantito.

Allora mi chiedo, a cosa serve tutto ciò? La mia conclusione è che le privatizzazioni non sono nell’interesse generale della società e che dietro queste manovre si nascondono conflitti d’interesse tra la politica e le imprese, dove a guadagnarci sono sempre gli scalatori di turno e a pagarne le conseguenze siamo noi cittadini contribuenti. In sostanza da quando Telecom è stata privatizzata gli investimenti che servirebbero ad ammodernare la rete non ci sono e quelli che ci sono non bastano a coprire né i costi di manutenzione né ad ammodernare le vecchie centraline.

Risultato? L’Italia è agli ultimi posti in Europa ad avere internet veloce. Al contrario, paesi con economie meno sostanziali della nostra hanno Internet veloce con un potenza misurata dallo speed test al 100% mentre in Italia il valore si aggira intorno al 7/8%. È vero che nel Bel Paese installare la fibra ottica non è una cosa semplice dato che nel mondo sotterraneo vengono trovati reperti archeologici che bloccano i lavori ma è anche vero che una soluzione va trovata al più presto perché le nuove tecnologie fanno passi da gigante e il futuro si gioca in questi settori e l’Italia non può permettersi di restare sempre tra gli ultimi posti.

V.B.

La fotografia e il rapporto con i media tra passato e presente

La comunicazione, e la sua corretta decodifica, sono alla base del laboratorio Media allo Scoperto, e puntoImmagine di riflessione principale nella costruzione di questo blog. Un argomento sicuramente interessante, ma anche molto ampio, che spinge ognuno di noi a concentrarsi su una particolare tematica, una linea editoriale da seguire, studiare, analizzare e approfondire.

Personalmente, ho deciso di presentarmi proponendo una lettura del ruolo della fotografia all’interno della comunicazione odierna. Per quanto abbia seguito diversi corsi inerenti le tecniche fotografiche, e letto molti articoli e libri sull’argomento, le mie conoscenze del rapporto tra fotografia e comunicazione rimangono scarse. Nondimeno, riconosco l’importanza della tematica, soprattutto adesso che viviamo in una società sempre più convertita al digitale, in cui ogni giorno diventiamo preda di numerose immagini, alle quali difficilmente prestiamo una reale attenzione, o riusciamo a decodificarne il significato. Un primo obiettivo che mi propongo, quindi, è la comprensione dei cambiamenti avvenuti nel rapporto tra fotografia e giornalismo, e come venga attualmente sfruttata questa potenzialità. Come si è trasformato il ruolo della fotografia all’interno della comunicazione nel corso degli ultimi anni? Quali sono gli scopi che si prefigge oggi? È ancora possibile la creazione di icone evocative di storia e memoria?

Sono domande importanti, a cui spero se non di trovare delle risposte, almeno di stimolare delle riflessioni all’interno dei prossimi post. Per il momento, comprendendo l’importanza di una prospettiva storica per una corretta decodifica dei fenomeni presenti, propongo una breve sintesi della storia della fotografia contemporanea, ovviamente concentrandomi sul suo legame con il giornalismo.

La fotografia nacque ufficialmente nel 1839, quando il francese Louis M. Daguerre riuscì a imprimere su una lastra la prima immagine umana, un gentiluomo seduto dal lustrascarpe (probabilmente un complice, contando che fu necessaria un’esposizione di circa venti minuti!). Dopo secoli di studi finalizzati alla ricerca di un metodo che consentisse il fissaggio dell’immagine generata dalla camera oscura, Daguerre brevettò la Dagherrotipia, il primo procedimento fotografico che permise lo sviluppo d’immagini, tuttavia non riproducibili. Un limite che fu superato pochi anni dopo dalla Calotipia, per merito di William H.F. Talbot, un procedimento basato sul rapporto negativo/positivo, che rese possibile l’infinita riproduzione d’immagini. Furono gli albori della fotografia come oggi la intendiamo.

Inizialmente, rimase un’arte circoscritta a quei pochi che potevano permettersi l’acquisto dei costosi macchinari, ma fin da subito si sviluppò una forte curiosità verso questo nuovo mezzo di riproduzione della realtà. Infatti, migliorati i prototipi iniziali, intorno alla metà del XIX secolo iniziarono a diffondersi i reportage fotografici di guerra. Il primo ufficialmente riconosciuto fu ad opera di Stefano Lecchi, il quale riprese a Roma i luoghi degli scontri tra forze papaline, sostenitori della Repubblica e francesi. La fotografia cominciò a essere strettamente connessa alla cronaca, uno strumento per indagare la realtà, custode e costruttrice della memoria collettiva.

Roger Fanton, considerato il primo reporter di guerra della storia, si recò sul campo durante la Guerra in Crimea (1853-1856), mostrando attraverso i suoi scatti i luoghi, le truppe, gli accampamenti e le fortificazioni, tralasciando gli scontri e le situazioni spaventose. L’intento di Fanton fu difendere una guerra poco amata dall’opinione pubblica inglese, influenzata dai resoconti scritti di William H. Russel, che ponevano l’accendo sugli orrori della stessa. Furono gli esordi della fotografia di propaganda.

In seguito, vennero svolte diverse spedizioni all’interno dei conflitti in Medio e Estremo Oriente, oltre che durante la Guerra Civile Americana, confermando il ruolo della fotografia come strumento di narrazione e resoconto giornalistico. Accanto ad esse, si svilupparono i primi reportage civili, a opera di fotografi al seguito di esploratori e missionari, in paesi lontani e poco conosciuti: nacque la fotografia antropologica ed etnografica. Una nuova arte stava iniziando ad invadere ogni ambito del sociale: si diffusero la fotografia industriale e scientifica, oltre a quella erotica, anche se fortemente ostacolata dallo Stato Pontificio.   

L’inizio del XX secolo fu caratterizzato da ulteriori innovazioni: negli Stati Uniti venne prodotta la Graflex, una reflex robusta, solida ma maneggevole, ideale per essere adoperata sul campo, che divenne l’inseparabile compagna dei reporter americani. Inoltre, come a consolidare il binomio tra fotografia e giornalismo, G. Grosvenor, editore del nascente National Geographic, inserì undici fotografie all’interno della rivista.

E da allora, fino alla diffusione di massa della televisione, nella seconda metà degli anni ‘70, la fotografia rimase la protagonista indiscussa dell’informazione, a tutti gli effetti la prima forma d’arte che divenne strumento di divulgazione e di conoscenza di realtà differenti.

G.R.

Note:

Le informazioni inerenti la storia della fotografia sono state ricavate dalla dispensa di Marco Rovere, Viaggio nella storia della fotografia, disponibile sul sito internet di Nikon School  http://www.nikonschool.it/corso-breve-storia-fotografia/index.php